L’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è un diritto umano fondamentale. Eppure, la sua mancanza continua a generare profonde disuguaglianze, colpendo in modo particolare donne e ragazze.
Quando l’acqua non è disponibile in modo sicuro e vicino ai luoghi di vita, il problema non è solo infrastrutturale o economico. Diventa un costo sociale concreto, che si traduce in tempo, fatica e responsabilità aggiuntive. E questo peso ricade soprattutto sulle donne, attraverso un lavoro quotidiano spesso invisibile.
Per questo, il legame tra acqua e genere non riguarda solo l’equità, ma anche l’efficacia con cui progettiamo e gestiamo i sistemi idrici.
Il peso della crisi idrica sulle donne
In molte parti del mondo, la gestione dell’acqua in ambito domestico è ancora affidata quasi esclusivamente alle donne. Questo ha conseguenze dirette su tempo, salute, sicurezza e possibilità di sviluppo personale.
Secondo UN-Water – organismo ufficiale delle Nazioni Unite che coordina le questioni legate alla risorsa idrica:
- 1,1 miliardi di donne e ragazze non hanno accesso a servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza;
- nei 53 Paesi per cui sono disponibili dati, donne e ragazze dedicano ogni giorno 250 milioni di ore alla raccolta dell’acqua, oltre tre volte più di uomini e ragazzi.
Questi dati mostrano chiaramente che la scarsità idrica non è solo una questione ambientale, ma un problema strutturale che alimenta le disuguaglianze.
La mancanza di accesso diretto all’acqua comporta conseguenze molto concrete:
- meno tempo per studiare, lavorare o generare reddito;
- maggiori rischi per la salute, legati al trasporto di carichi pesanti e all’uso di acqua non sicura;
- maggiore esposizione a pericoli, soprattutto durante lunghi spostamenti;
- un carico di cura più elevato, in presenza di malattie legate a scarse condizioni igieniche.
Quando l’acqua non arriva vicino a casa, il suo costo si traduce in lavoro non retribuito, che grava in modo sproporzionato sulle donne.
Partecipazione e governance: un gap ancora aperto
Nonostante i progressi degli ultimi anni, il ruolo delle donne nei processi decisionali legati alla gestione dell’acqua resta limitato.
Sempre secondo UN-Water:
- nel 14% dei Paesi le donne non hanno alcun ruolo formale nei processi decisionali sull’acqua;
- a livello globale rappresentano poco più di un quinto della forza lavoro nel settore idrico;
- meno di 50 Paesi dispongono di normative che prevedono esplicitamente la partecipazione femminile nella gestione delle risorse idriche o nella sanità rurale.
Questi numeri evidenziano un divario evidente: le donne sono centrali nella gestione quotidiana dell’acqua, ma ancora poco presenti nei luoghi in cui si prendono le decisioni.
Sistemi idrici inclusivi: una scelta anche tecnica
Integrare la dimensione di genere nella gestione dell’acqua non è solo una questione di diritti, ma anche di qualità delle soluzioni. Le donne, infatti, sono spesso le principali utilizzatrici e gestrici dell’acqua a livello domestico e comunitario. Questo significa che conoscono in modo diretto bisogni, criticità e priorità.
Coinvolgerle nei processi decisionali permette di progettare servizi: più accessibili, più efficienti, più aderenti alla realtà quotidiana delle comunità.
L’acqua è una questione di genere
La gestione dell’acqua non è solo una questione tecnica o ambientale. È anche una questione sociale e, in modo significativo, una questione di genere.
Come abbiamo visto, i dati dimostrano che la mancanza di accesso all’acqua sicura colpisce in modo sproporzionato donne e ragazze. Allo stesso tempo, il loro contributo resta ancora poco rappresentato nei processi decisionali.
Superare questo squilibrio non è solo un obiettivo etico, ma una scelta strategica. Sistemi idrici più inclusivi sono più efficaci, più resilienti e più sostenibili. Integrare la prospettiva di genere nella gestione delle risorse idriche significa, in definitiva, progettare soluzioni migliori per tutti.