Water Footprint. Cos’è l’impronta idrica?

Water Footprint. Cos’è l’impronta idrica?

Il concetto di Water Footprint è stato introdotto nel 2002 dal professore olandese A.Y.Hoekstra e rappresenta l’estensione e la rielaborazione del concetto di “Virtual Water Content”, ossia ‘contenuto virtuale di acqua’, teorizzato nel 1993 da J. A. Allan.
L’impronta idrica è un indicatore della quantità di acqua dolce utilizzata per produrre beni o servizi. Può riguardare un singolo processo produttivo, un determinato prodotto, o anche la quantità totale di risorse idriche usate in un’azienda durante tutte le fasi della produzione. L’impronta idrica può dirci quanta acqua viene consumata da un certo Paese, da uno specifico bacino idrografico, ma anche globalmente.
A seconda del processo o prodotto a cui si riferisce, l’impronta idrica è generalmente espressa in litri o metri cubi e, oltre ad aiutarci a comprendere per quali scopi le risorse d’acqua dolce vengono consumate, è un valido strumento per valutare gli impatti ambientali causati da queste attività.

Uso dell’acqua diretto e indiretto

Una delle peculiarità principali della Water Footprint è che prende in considerazione sia l’uso diretto di acqua, ma anche quello indiretto, ovvero la quantità di risorse idriche complessivamente utilizzate per produrre beni e servizi, lungo tutta la catena produttiva. A quest’ultima componente si dà il nome di “acqua virtuale”.

Verde, grigio e blu. Le tre impronte idriche

Secondo il metodo di analisi sviluppato dal Water Footprint Network https://waterfootprint.org/en/water-footprint/what-is-water-footprint/, l’impronta idrica si articola in tre componenti qualitative: acqua blu, verde e grigia.

La Water Footprint blu rappresenta il volume di acqua dolce prelevato dalla superficie e dalle falde acquifere, utilizzato e non restituito. Si riferisce al prelievo di risorse idriche superficiali e sotterranee per scopi agricoli, domestici e industriali.

La Water Footprint verde indica l’acqua piovana che evapora o traspira, nelle piante e nei terreni, soprattutto in riferimento alle aree coltivate.

La Water Footprint grigia indica la quantità di risorse idriche necessarie a diluire il volume di acqua inquinata per far sì che la qualità delle acque, nell’ambiente in cui l’inquinamento si è prodotto, rimanga al di sopra degli standard idrici prefissati.

Le componenti incidono in modo differente sul ciclo idrogeologico: il consumo di acqua verde provoca infatti un impatto meno invasivo sugli equilibri ambientali rispetto alla blu. (https://www.minambiente.it/pagina/cose-la-water-footprint). Tuttavia le tre impronte idriche, considerate in modo congiunto, forniscono un quadro completo del consumo idrico.

Ma quanta acqua consumiamo?

L’acqua, fonte di vita, è una risorsa limitata. Spesso, però, diamo per scontata la sua disponibilità e la consumiamo e inquiniamo.
Nel 2018 il WWAP  – World Water Assessment Programme, il programma dell’Unesco http://www.unesco.org/new/en/natural-sciences/environment/water/wwap/about/ per il monitoraggio e l’indirizzo del consumo d’acqua globale, ha dichiarato che negli ultimi 100 anni il consumo di acqua è cresciuto di circa 6 volte a livello globale e attualmente continua ad aumentare con un +1% annuo.  La notizia più preoccupante, però, è che questo valore è destinato a crescere ulteriormente. A livello mondiale, la maggior parte delle risorse idriche è utilizzata per attività riguardanti l’ambito agricolo, tuttavia sono ingenti le quantità d’acqua consumate anche a livello industriale e domestico.
Come affermato dal WWF, (https://www.wwf.it/il_pianeta/sostenibilita/il_wwf_per_una_cultura_della_sostenibilita/perche_e_importante2/gli_indicatori_di_sostenibilita_/impronta_idrica/)  l’abitante medio del pianeta consuma 1240 metri cubi l’anno di acqua. Gli italiani utilizzano 6.400 litri a testa ogni giorno, arrivando così a un consumo annuo di 2334 metri cubi. Proprio per questo motivo la nostra nazione è al quarto posto per più elevato consumo individuale, preceduta solo da Usa, Grecia e Malesia.

Ogni alimento consumato e ogni indumento indossato necessita di acqua per essere realizzato. Ad esempio, per una tazzina di caffè il volume utilizzato è di 140 litri, per un uovo il consumo ammonta a 200 litri, per un hamburger da 150 grammi si arriva a 2400 litri e per una maglietta di cotone a 2700.

Spesso la conoscenza è già un passo verso la salvezza. Ridurre l’impronta idrica non è impossibile. Avere consapevolezza di questi dati può aiutarci – uno a uno – a contribuire a un minor consumo d’acqua, nel quotidiano e nelle nostra scelte d’acquisto, adottando uno stile di vita ecosostenibile ed eco-responsabile.  E le aziende, misurando la loro impronta idrica, sono chiamate a essere virtuose e innovatrici.

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