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L’economia circolare dell’acqua. Nuova vita agli scarti biologici.

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economia circolare dell’acqua

Riciclare, ovvero riutilizzare e rinnovare i prodotti esistenti. È questa l’economia circolare, facile da comprendere se si pensa a un tavolino di legno rotto, più complessa se a essere riciclata è l’acqua. Eppure il recupero di questa risorsa naturale è possibile, grazie alle innovazioni tecnologiche che consentono una crescita sostenibile. Questo nonostante il sistema globale continui a consumare voracemente le risorse naturali.

Se ne parlerà a Ecomondo, la fiera in programma a Rimini dal 5 all’8 novembre, dedicata all’innovazione industriale e tecnologica dell’economia circolare.

Dal modello lineare a quello circolare

Il modello economico lineare, basato su “produrre–consumare–smaltire”, non è più sostenibile, neppure applicando il principio dell’efficienza per ridurre il consumo delle risorse naturali.

Meglio, invece, l’economia circolare, “pensata per potersi rigenerare da sola”, come la definisce l’autorevole Ellen MacArthur Foundation. Nel circolo virtuoso, i flussi di materiali sono di due tipi: biologici – in grado di essere reintegrati nella biosfera – e tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.

Il ciclo integrato delle acque

Tra le risorse del pianeta in pericolo, la più vicina all’uomo è l’acqua, indispensabile per la sua vita, oltre che per l’intero ecosistema. La comunità scientifica ha da tempo predisposto il modello di ciclo integrato delle acque, alternativo a quello lineare di captazione-consumo-smaltimento.

I colossi imprenditoriali mondiali intanto non stanno a guardare e si confrontano per cogliere le opportunità di business offerte da questo filone. Basti pensare che in Italia, attualmente, si stima che 777 milioni di fatturato, 386 milioni di euro e 4000 posti di lavoro siano dovuti alla circolarità del servizio idrico integrato.

Un tema di grande attualità oggi è la valorizzazione delle acque reflue e dei fanghi di depurazione – in particolare per la produzione di bioplastiche – al punto che anche l’edizione 2017 del Rapporto sullo sviluppo idrico delle Nazioni Unite aveva il titolo “Acque reflue: la risorsa non sfruttata”.

Bioplastica dai fanghi di depurazione

La produzione di biopolimeri per la produzione di bioplastica dal trattamento dei fanghi di depurazione piace molto anche alle università italiane. Da tempo anche nel nostro Paese sono in atto sperimentazioni di elevata qualità che vedono partner pubblici e privati alleati in questa corsa al riutilizzo dei prodotti di scarto del ciclo dell’acqua.

Lo smaltimento secondo principi in linea con l’economia circolare è un modello di business virtuoso, che ha già ottenuto finanziamenti dalla Commissione Europea, in quanto risposta alla necessità crescente di smaltimento. È infatti stimata in 13 milioni di tonnellate la produzione dei fanghi di depurazione cui arriverà l’Unione.

Nei trattamenti complessi ai quali sono sottoposti i fanghi di depurazione un ruolo fondamentale è assegnato alla fermentazione batterica. I polimeri ottenuti comprendono vari processi biologici, chimici e termici che conducono a prodotti finali biodegradabili e riutilizzabili anche nell’ambito dei materiali da costruzione.

Criticità italiane

Agli importanti progressi in ambito scientifico fa da contrappunto una realtà critica di gestione e utilizzo dell’acqua in Italia. La carenza di acqua dovuta alla siccità  è aggravata dalla dispersione di acqua nelle reti idriche, uno spreco endemico nel Paese.

Tanta strada ancora è da percorrere per diffondere una cultura del rispetto dell’acqua, anche pubblica. Partendo da quella che entra nelle case dai rubinetti. Secondo i dati del Censis pochi la utilizzano per bere, preferendo quella in bottiglia: ogni giorno si utilizzano 30 milioni di bottiglie di plastica e 7 di vetro. Il che significa che in un anno in Italia 13 miliardi e mezzo di bottiglie diventano rifiuti.