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Fast fashion e acqua. L’impatto dei ritmi della moda sulle risorse idriche

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L’industria del fast fashion propone la vendita di capi d’abbigliamento a basso costo, economicamente accessibili, e tuttavia, molto spesso di bassa fattura e dal rapido degrado. I ritmi sempre più serrati di trend e mode causano consumi veloci e intensivi. Una produzione insostenibile, che richiede prelievi idrici ingenti, e che causa emissioni inquinanti nei mari e negli specchi di acqua dolce.

Quanta acqua consumano i vestiti che indossiamo?

Si stima che per produrre una semplice maglietta di cotone venga utilizzata la stessa quantità di acqua che una persona beve in trenta mesi. In aggiunta ai prelievi per la fabbricazione della maglietta, sono necessarie ingenti quantità d’acqua per la coltivazione del cotone, circa 9.700 litri per la produzione di un solo chilo.
La produzione di capi d’abbigliamento più complessi richiede volumi d’acqua maggiori, oltre 7.500 litri nel caso di un paio di jeans. E per lavorazioni particolari come la tintura, vengono utilizzati fino a 200 tonnellate di acqua dolce per ogni tonnellata di tessuto tinto.

Secondo le stime, il settore tessile sarebbe responsabile del 20% dell’inquinamento globale delle acque, a causa dell’alta concentrazione di sostanze chimiche utilizzate durante i processi di finitura e tintura. Numerose industrie di fast fashion si trovano in paesi del Sud-Est Asiatico, dove non esistono norme stringenti per il trattamento e la gestione delle acque reflue. Ciò comporta lo scarico di reflui non trattati, direttamente in acque fluviali. Un pericolo per la salute degli ecosistemi e delle popolazioni locali, vista la presenza di sostanze tossiche come:

  • Idrocarburi come il benzene
  • Tinte
  • Metalli pesanti come il mercurio e piombo

Le microplastiche del settore tessile. Il problema delle microfibre nei mari

Fino all’85% di inquinamento delle coste è costituito da microfibre, particolari microplastiche di origine tessile, che richiedono vari secoli per degradarsi.
I prodotti di fast fashion, spesso in materiali sintetici, causano il rilascio di circa mezzo milione di tonnellate di microfibre all’anno negli oceani. La causa dei maggiori sversamenti di microfibre è il primo lavaggio in lavatrice, un’operazione frequente visto il ritmo di acquisto di nuovi capi.
Si tratta di un problema anche per la salute delle persone, vista la presenza di microfibre nel corpo di pesci, molluschi e crostacei per il consumo alimentare.

Le politiche dell’Unione Europea per vestiti più longevi

A fronte di questa preoccupante situazione, la Commissione Europea ha introdotto alcune politiche. La strategia prevede la riduzione dei ritmi di produzione e del consumo di indumenti, grazie all’introduzione di politiche e pratiche che aumentino il ciclo di vita e il riciclo dei tessuti, come ad esempio:

  • La circolazione di tessuti più durevoli, riutilizzabili e riciclabili.
  • Il divieto di distruggere abiti e calzature per grandi e medie aziende.
  • Standard più alti nella qualità di manifattura, per evitare l’eccessivo rilascio di microfibre.
  • Un passaporto digitale dei prodotti, per identificarne con chiarezza la provenienza.

Strategie che sono state integrate nel 2022 e che puntano a crescere di anno in anno per raggiungere un’economia circolare entro il 2050.

Le scelte responsabili dei consumatori

Oltre al ruolo delle istituzioni, anche i consumatori possono dare il loro contributo nel contrastare gli impatti negativi del fast fashion sulle risorse idriche globali. Esistono alcuni accorgimenti, scelte consapevoli e sostenibili, tra cui:

  • La riduzione degli acquisti o l’utilizzo di indumenti usati.
  • L’acquisto di vestiti realizzati in Paesi con regolamentazioni ambientali stringenti, come Europa e Canada.
  • La scelta di materiali a basso consumo d’acqua come il lino e le fibre riciclate.
  • La scelta di fibre naturali che non richiedono sostanze chimiche per essere prodotte.
  • Il lavaggio parsimonioso e responsabile dei vestiti, meglio se a basse temperature.

Quella del fast fashion è una situazione complicata, che mette a serio rischio le risorse di acqua globale. Un problema da affrontare grazie all’azione combinata delle istituzioni e delle persone, per abitudini di consumo più consapevoli verso gli impatti ambientali.